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Mar 09 2021

Quante sono le cose preziose della vita? Misurale in gurfa

Gurfa è una parola della lingua araba che ha diversi significati e indica “un pugno d’acqua”, “una manciata d’acqua”, “un sorso” oppure “la quantità d’acqua che si può prendere e tenere sul palmo di una mano”.

Quest’ultima è una splendida metafora che mi porta a riflettere sulle cose importanti della vita, le cose essenziali di cui non possiamo fare a meno ma che sono difficili da individuare, confuse in mezzo al chiasso della vita e che hanno bisogno di costante cura e attenzione per non farle scivolare via. Quest’anno, nei mesi di pausa forzata, abbiamo avuto modo di fare una pausa dai nostri ritmi quotidiani frenetici e scanditi da appuntamenti e orari. Per alcuni può essere sembrata una enorme sensazione di vuoto da colmare, per altri è stata occasione di riflettere su quali sono le cose importanti nella vita e di come possiamo fare a meno di molti oggetti e cose materiali ma non di quanto nutre il nostro essere umani: l’affetto dei nostri cari, i libri, il cinema, il teatro, le mostre d’arte che nutrono la nostra anima e il nostro benessere.

Cos’è per noi essenziale? Quanta fatica siamo disposti a fare per cercarlo e conservarlo?

Mi piace condividere questa poesia di David Holper, poeta e scrittore statunitense, che riflette su questo concetto

Gurfa

Imagine, like so many who live
invisible lives, you had to carry your water

each day.  Five gallons in a jerry can for five miles.
It’s a simple formula: shoulder the burden

or die of thirst.  In this way, you might
learn the meaning of what bearing
a handful of water
truly means.

Questa poesia fa parte della raccolta Language Lessons: A Linguistic Hejira, una collezione di 109 componimenti ognuno basato su una parola intraducibile di una lingua straniera e che comprende la definizione del termine e una interpretazione della parola in forma di poesia. Inoltre, le poesie rappresentano i 109 grani del japa mala, la ghirlanda usata nella religione buddista e indù per recitare mantra nel cammino di elevazione spirituale per liberare la mente e ritrovare concentrazione e benessere. Allo stesso modo la raccolta di Holper vuole essere un viaggio di esplorazione delle lingue attraverso le poesie.

Il libro non è ancora stato pubblicato. Io sono curiosa e voi?

 

Gen 25 2021

Un caffè non basta? Prenditi un tretår

Fatica a ingranare in questo gennaio un po’ sonnacchioso? C’è bisogno di un tretår per ripartire con slancio rinfrancando il corpo, con l’energia del caffè, e lo spirito, facendo quattro chiacchere con gli amici.

Tretår è un termine svedese che significa riempire una tazza di caffè per la terza volta.

Ci siamo imbattuti in questa parola mentre cercavamo termini che esprimono concetti in una lingua non direttamente traducibili in italiano. Questa parola ci è subito piaciuta e ci ha sorpreso; ci siamo divertiti pensando al nostro caffè italiano e agli effetti che potrebbe avere sul corpo e sulla mente berne tre tazze di fila. Approfondendo il concetto abbiamo scoperto che questo semplice gesto di riempire la tazza più volte nasconde una filosofia di vita alla base della cultura svedese.

Nella cultura italiana, in cui il caffè è forte e intenso, riempire più volte la tazzina di caffè può sembrare un’abitudine strana, ma nei paesi nordici il caffè si prepara più lungo e si beve più lentamente. Gli svedesi come gli italiani sono amanti del caffè, citati regolarmente tra i più grandi consumatori europei insieme ad altri paesi nordici quale la Finlandia e la Norvegia.

Mentre per noi italiani la pausa caffè è un rito veloce al bar per scambiare due chiacchiere, in cui il caffè è spesso consumato in piedi, ingurgitato ancora bollente e spesso tutto d’un fiato davanti a un bancone superaffollato e chiassoso, in Svezia la pausa caffè è un concetto, uno stato mentale, un evento sociale vero e proprio, una parte importante della cultura svedese che prende il nome di fika.

Molti svedesi considerano essenziale prendere il tempo per fare fika ogni giorno: significa avere tempo per amici e colleghi, condividendo una tazza di caffè e qualcosa di dolce in genere preparato in casa. Per tutti gli svedesi è importante fermarsi, prendersi una pausa e socializzare: rinfresca il cervello e rafforza le relazioni.

Nessuno fa pausa caffè da solo alla propria scrivania, anche gli impianti della Volvo si fermano per fare fika. È un rituale sociale che fa bene anche al business: i rapporti tra i team migliorano, le persone sono più produttive e la qualità della vita ha un livello molto alto.

Non cambieremo le nostre abitudini su come prendere il caffè, ma potremmo fare nostro il concetto e prenderci un tretår per passare più tempo con i nostri colleghi per un triplice beneficio a livello personale, sociale e aziendale.

Inconsapevolmente, abbiamo scoperto che anche noi in ufficio facciamo fika quando a metà mattina ci riuniamo intorno al nostro tavolo bar, con caffè, cappuccino, tè, biscotti e molto spesso anche brioche e pasticcini. È il momento in cui condividiamo le nostre scoperte interessanti, progressi o difficoltà nei progetti. C’è sempre qualcuno con un suggerimento, un consiglio o una battuta pronta per fornire aiuto o alleggerire gli animi, e spesso la conversazione stimola la fantasia e la creatività e fioriscono le idee.

Adesso che lavoriamo tutti da remoto ci ritroviamo intorno a Teams, condividiamo gli schermi e facciamo brainstorming su lavagne virtuali, ma ci manca il nostro tavolo bar e speriamo di tornare presto a fare fika e a prenderci un tretår insieme.

interpreti pnlegge
Set 26 2020

Gli interpreti accorciano le distanze

“Un libro accorcia le distanze”

Questo lo slogan dell’ultima edizione di PordenoneLegge che si è appena conclusa. Un libro apre orizzonti, amplia la visione, accomuna il nostro sentire, diffonde idee e pensieri.

La diffusione di idee e pensieri può essere ostacolata dal limite della lingua che per molti può essere una barriera e muro impenetrabile di suoni e segni sconosciuti.

Accorciare la distanza della lingua è il compito di traduttori e interpreti che rendono fruibile il pensiero degli autori a un pubblico più vasto. Lavorano nell’ombra, invisibili, sono come dei mannequin: si portano addosso parole e pensieri per dargli forma, rivelarli e farli risaltare, restituendo significati e sfumature, invogliando a saperne di più.

Il risultato è così naturale e immediato che spesso ci si dimentica del medium e si pensa di sentire direttamente la voce viva dell’autore.

Questa esperienza si svela soprattutto quando ascoltiamo un interprete in presenza come nelle conversazioni di PordenoneLegge. Accanto all’autore, l’interprete ascolta, annota e riporta il messaggio. Ascoltare l’interprete è come attraversare il muro dei suoni, decifrare un codice ignoto che diventa chiaro e comprensibile. L’attenzione è tutta per lei/lui o meglio per le sue parole che sono quelle medesime dell’autore che ci arrivano con una brevissima traslazione temporale.

L’interprete è la voce dell’autore in differita: semplice, naturale, senza sforzo.

In realtà è quando si conosce e capisce la lingua dell’autore che si apprezza il lavoro e la bravura dell’interprete. Mantenere alto il livello di attenzione, ascoltare e capire, fare collegamenti, risolvere giochi di parole, spiegare riferimenti culturali, sciogliere sigle e acronimi, annotare manualmente, non saltare alcun passaggio e poi riavvolgere il nastro, invertire il registro linguistico e riprodurre tutto cambiando le parole, ordinando la grammatica, mantenendo il significato, il tono, lo stile, l’intenzione. Tutto in una manciata di minuti.

Immagino il cervello dell’interprete come un flipper caricato dalla molla delle parole che corrono veloci e sbattono contro le campane, rimandandosi da una all’altra, attivando circuiti linguistici in un meraviglioso gioco di luci e suoni che si manifesta però in una voce ordinata, naturale, chiara.

Essere un mannequin non significa essere un supporto vuoto. L’essere invisibile è parte integrante del compito dell’interprete, per essere fedele riproduttore della voce altrui. Ma dentro di sé l’interprete ha un’identità ben definita, una finissima costruzione di lingue e cultura, professionalità e preparazione tecnica.

Mi piacerebbe che negli incontri che necessitano di traduzione, insieme all’autore venisse riportato anche il nome dell’interprete, quel supporto così straordinario che ci fa sentire la voce degli autori quasi senza che ce ne accorgiamo, per potergli dire “bravo” e “grazie” chiamandolo per nome.

Un libro accorcia le distanze. Gli interpreti attraversano muri.

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