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Mag 01 2021

Ehm…ma come si chiama? È solo un momento di Tartle

È la classica situazione che è capitata a tutti noi: mentre siamo presi da altro qualcuno ci saluta per nome e noi non riusciamo a rispondere al saluto con altrettanta tempestività e gentilezza rimanendo per un momento impappinati prima di pronunciare il nome dell’altra persona. Oppure quando dobbiamo presentare una persona a un’altra e il nome è semplicemente svanito dalla nostra mente.

Quando succede gli scozzesi sono soliti scusare la loro mancanza con questa frase “Sorry for my tartle”

Tartle è un termine unico della lingua scozzese che coglie esattamente il momento di esitazione in cui si sta cercando in testa il nome della persona, quei momenti in cui possiamo letteralmente sentire gli ingranaggi del nostro cervello muoversi e cercare in tutti i meandri il nome di quella persona che sappiamo conoscere ma che non arriva immediatamente sulla punta della lingua. Questo è ciò che rende il termine così speciale e affascinante perché non si usa se la dimenticanza del nome è completa e non ci ritorna più alla mente.

Questa momentanea afasia mi fa pensare all’origine del linguaggio e alla necessità di nominare le cose, nel senso di dargli un’etichetta arbitraria, una parola, per poterle definire, indicare, richiamare e quindi poterne parlare. Le etichette, o parole, che diamo alle cose, indicano la necessità di categorizzare in modo da riunire le cose che sono simili nella realtà. Questo mi porta alla distinzione linguistica tra nomi comuni e nomi propri che hanno connotazioni semantiche diverse. Infatti, mentre i nomi comuni identificano categorie ben definite con caratteristiche simili e sono valide per ogni esemplare che appartiene a quella categoria (es. un gatto, un divano), nel caso dei nomi propri questi fanno riferimento a entità individuali che sono una collezione di caratteristiche casuali e non esattamente ripetibili. Ad esempio, le caratteristiche che definiscono il mio amico “Stefano” (ingegnere, alto 1.87 m, porta la barba e gli occhiali) sono uniche e specifiche dell’entità “Stefano” perché non tutti gli ingegneri hanno la barba e gli occhiali e sono alti 1.87 cm.

Secondo gli studiosi di neuroscienze sembra che i nomi propri e i nomi comuni siano elaborati dal cervello in modi diversi e che il sistema di memorizzazione dei nomi propri abbia seguito una via evolutiva alternativa, più fragile rispetto a quella dei nomi comuni. I nomi propri hanno quindi un legame più labile con il proprio significato rispetto a quello che hanno i nomi comuni e per questo motivo è più difficile ricordarli.

Immagino che gli scozzesi non fossero a conoscenza dei meccanismi del cervello per la memorizzazione dei nomi, ma hanno saputo cogliere un momento della realtà assegnandogli un’etichetta precisa che nessun’altra lingua ha nel proprio vocabolario.

Apr 23 2021

Il networking ti intimidisce? Rompi il ghiaccio con Mamihlapinatapei

Mamihlapinatapei Deriva dallo yahgan o yamana una lingua parlata dalla popolazione indigena della Terra del fuoco in Sud America e indica lo sguardo reciproco, silenzioso ma carico di significato tra due persone entrambe desiderose di iniziare qualcosa ma che hanno paura a farlo e nessuno dei due vuole fare la prima mossa. Con una spiegazione così lunga Mamihlapinatapei è il paradigma delle parole intraducibili e infatti è presente nel libro dei Guiness dei primati come il termine più sintetico e difficile da tradurre al mondo.

Il termine è stato citato da Thomas Bridges, missionario anglicano che nella seconda metà dell’ottocento ha vissuto per un ventennio con gli indigeni compilando anche un dizionario Yahgan-Inglese di 32.000 lemmi. Curiosamente questo termine non compare nel dizionario e pare che nessun parlante della lingua yahgan attualmente vivente lo abbia mai sentito pronunciare.

Secondo altri studiosi il termine si riferisce al momento di riflessione quando intorno al fuoco le persone più anziane trasmettono i loro racconti ai più giovani, il momento in cui tutti sono in silenzio.

È indubbio però che il termine sia molto affascinante, per il suo significato romantico e l’alone di mistero che lo avvolge. È stato infatti citato anche al cinema nel docu-film di Ridley Scott Life in a Day, nel libro sulla teoria dei giochi di Len Fisher e dal cantautore statunitense Ronny Cox e dal jazzista argentino Javier Girotto.

A noi sembra la parola adatta da dire per rompere il ghiaccio in quegli eventi a cui si viene invitati e non si conosce nessuno. Dire a qualcuno questa parola non può che suscitare curiosità e spiegarne la storia è un ottimo modo per iniziare una conversazione e andare avanti a parlare di lingue, imbarazzo, coraggio, viaggi in Sud America, musica, cinema, jazz, giochi, traduzioni…

Mar 20 2021

Tira fuori il tuo Sisu e nessuno ti potrà fermare

Sisu è un termine della lingua finlandese che indica la forza interiore di questo popolo di andare oltre i propri limiti, la perseveranza di fronte all’avversità di quella che nel Rapporto annuale sulla felicità è risultata per ben due anni di seguito  la nazione più felice al mondo.

Sisu è il “turbo” che mettiamo quando pensiamo di non avere più la forza per andare avanti. Viene dalla parola finlandese per intestino, viscere o interno, qualcosa quindi d’istintivo, che viene dal profondo e il termine è usato anche con il significato di “avere fegato”. Questo intimo legame tra emozioni profonde e intestino è stato confermato anche dalla scienza che definisce l’intestino come il secondo cervello dell’uomo. Anche l’anatomia è cultura.

Sisu ha anche una parte importante nella storia della Finlandia: è lo spirito che ha guidato i finlandesi dopo l’indipendenza dalla Russia nel 1917 e ha caratterizzato la nazione nel suo nuovo percorso indipendente, sostenendo la resistenza contro l’invasione sovietica nel 1940 come spiega la BBC in quest’articolo. Sisu è usato anche in senso meteorologico: i finlandesi resistono al freddo e ad un meteo estremo. Non a caso è stato dato il nome Sisu ad una montagna nell’Antartide.

Sisu ha catturato l’immaginazione delle persone in tutto il mondo e sono disponibili molti libri che parlano di questo concetto. Jesse Karjalainen nel suo libro “Sisu: Resilience Belonging Purpose – The Secrets of Finland’s can-do” descrive il Sisu come il coraggio di buttarsi in qualcosa di nuovo, mindfulness e mindset insieme – due parole chiave che sono sempre più ricercate per affrontare con consapevolezza la vita e il nostro futuro. Joanna Nylund invece ci ricorda che tutti abbiamo dentro di noi il Sisu nel suo libro “Sisu: The Finnish Art of Courage”.

L’invito quindi è quello di prendiamo in prestito questo concetto dai finlandesi e di trovare la vostra forza interiore, il vostro Sisu, per affrontare qualunque sfida incontriate nel vostro percorso. Il Sisu vi metterà sulla buona strada per raggiungere i vostri obiettivi con grinta, determinazione e perseveranza.

Globalizzazione significa anche questo: entrare a contatto con altre culture, anche lontane dalla nostra, attraverso la lingua e (e le traduzioni) per assimilare altri punti di vista e ampliare la nostra prospettiva. Il confronto con altri sistemi di pensiero ci permette di migliorare la nostra vita, arricchendoci non solo di nuove strategie o mindset ma anche di parole e concetti per capire e raccontare meglio la nostra storia personale.

In questo TEDxTurku talk Emilia Lahti ci racconta cosa significa sisu, come è diventato la sua filosofia di vita e come ognuno di noi ha accesso a questa forza interiore per affrontare le avversità e portarla nella nostra vita e nelle relazioni con le altre persone al di là di qualsiasi barriera culturale e geografica.

 

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