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Lug 01 2021

Stress da lingua straniera? Stai avendo uno Yoko Meshi

Yoko meshi è un termine che viene dalla lingua giapponese e significa letteralmente “un pasto mangiato in orizzontale” (da yoko = orizzontale e meshi = riso bollito). Sembra non avere senso finché scopriamo che la lingua giapponese non si scrive in righe orizzontali (come l’italiano, da sinistra a destra) ma in colonne verticali (dall’alto verso il basso). Questa espressione viene usata quindi per esprimere una sensazione di disagio intenso che proviamo nel momento in cui parliamo una lingua straniera, come se stessimo cercando di deglutire il cibo in maniera maldestra.

 

Come possiamo fare quindi per evitare di provare yoko meshi? Ecco 4 “tips and tricks” per imparare una seconda, terza, quarta o quinta lingua. Non ponete limiti alla vostra immaginazione!

 

  1. Sfruttate le vostre passioni

Vi piace la musica? Ascoltatela in una lingua straniera e provate a tradurre le parole dei vostri brani preferiti. Siete bravi in cucina? Cercate una nuova ricetta in un’altra lingua, magari per un piatto tipico di un altro paese; ricreatelo, cercando i termini per gli ingredienti che ancora non conoscete. E se siete ancora alla ricerca della vostra passione preferita, sfruttate la vasta gamma di materiale su YouTube per imparare un nuovo hobby (lavorare a maglia, praticare yoga, fai da te, …) ma fatelo usando l’altra lingua – per gli amanti del multitasking questo significa imparare due cose nuove contemporaneamente!

  1. Rendete l’apprendimento parte della vostra vita quotidiana

Finché imparare una nuova lingua rimane una voce sulla vostra infinita lista di cose da fare, sembrerà sempre un compito, un obbligo, un peso. Se invece riuscite ad integrarlo nella vostra vita quotidiana, sarà molto più facile e divertente. Ecco, quindi, che scrivere la lista della spesa in un’altra lingua diventa il pretesto per imparare nuovi termini. Portare a passeggio il cane è l’occasione giusta per ascoltare un podcast, una trasmissione radio o un audiolibro in lingua straniera. E con il caffè della mattina leggete le notizie dagli esteri… in lingua!

  1. Sfruttate il “tempo morto”

Spesso pensiamo di non aver abbastanza tempo a disposizione per fare tutto quello che vorremmo. Invece durante l’arco della giornata si nascondano dei micro momenti che non sempre vengono sfruttati bene. Al posto di scrollare per 10 minuti tra i post dei vostri social preferiti, perché non leggere un breve post nella lingua che state imparando? Meglio ancora se cambiate la lingua in cui è impostata l’applicazione sul cellulare! Mentre state lavando i piatti la sera dopo cena, fate un breve viaggio mentale nelle cose che avete fatto durante la giornata e pensate se riuscireste a dirle nell’altra lingua. Se la risposta è no, mentre fate Kalsarikännit sul divano, potete cercare le parole che vi servono e segnarle in un piccolo quaderno – basta poco per ampliare il vostro vocabolario.

  1. Collaborare e sfidare voi stessi

Condividere i vostri progressi, fallimenti e sperimenti è più divertente se fatto in famiglia, con amici o con altre persone che imparano una lingua, magari in gruppo (anche online). Perché non cercate un modo di sfidarvi tutti insieme e vedere quanto riuscite ad imparare? Decidete una sfida al giorno, alla settimana o al mese in base al tempo che avete a disposizione – tutto è meglio di niente.

 

Per chi ha voglia di scoprire tantissimi altri modi per mantenere una lingua straniera che già conoscete ma che magari non usate spesso nella vita quotidiana, vi consigliamo questo libro (in inglese).

https://bodeuxinternational.com/portfolio-item/maintaining-your-second-language/

Giu 01 2021

Ma quante domande! Sei un Pochemucka

Il termine “Pochemucka” indica una persona, spesso un bambino, che fa molte domande.

L’origine della parola è individuabile in un celebre libro russo per bambini, intitolato  Что я ви́делŠto ja vídel (“Ciò che ho visto”), che parla di un bambino di 5-6 anni molto curioso, ed è comunemente usata dai genitori russi come vezzeggiativo quando i bambini fanno troppe domande.

Lo sappiamo bene tutti. I bambini fanno un sacco di domande. Si comincia con la classica età dei perché che inizia a 2-3 anni appena i bambini sviluppano la capacità di linguaggio e acquisiscono consapevolezza del mondo che li circonda. Ogni cosa suscita stupore e meraviglia e una voglia innata di conoscere e scoprire. Crescendo le domande diventano sempre più frequenti e impegnative (quando non anche imbarazzanti) e spesso gli adulti non hanno una risposta adeguata. Vari studi accademici hanno riscontrato che un bambino in età prescolare pone qualcosa come 200 domande al giorno. Fare domande, dalle più semplici alle più complesse, è il modo in cui i bambini si creano la mappatura di relazioni, cause, effetti per capire come funziona la realtà che li circonda.

Poi quando inizia l’istruzione scolastica il numero delle domande scende drasticamente fino quasi a spegnersi in età adulta. Questo non significa che in età adulta abbiamo trovato tutte le risposte. Anzi. La minor propensione a fare domande è probabilmente legata alla paura di essere giudicati poco competenti o preparati o al fatto che dobbiamo essere disposti a mettere in discussione le conoscenze, i dati, la visione delle cose che ci ha accompagnato per tanto tempo e su cui abbiamo fondato i nostri valori, per accogliere e accettare informazioni nuove che possono risultare destabilizzanti per il nostro stato emotivo.

Eppure, fare domande è il primo passo verso la conoscenza. Nasce da una curiosità, un dubbio, un collegamento che non funziona, un pezzo che non si incastra. Implica lo sforzo di formulare con parole e dare forma al nostro ragionamento. È un invito a creare una relazione con il nostro interlocutore, a iniziare un viaggio di scoperta e a riscoprire il piacere della meraviglia.

Fare domande significa squarciare il velo dell’ignoranza e aprire la via a una nuova angolazione e visione, mettere in discussione lo status quo e iniziare il movimento.

Fare domande significa essere umili e ammettere la nostra ignoranza. È il momento in cui diventiamo completamente consapevoli di quello che non sappiamo; il momento in cui il nostro ego si sgonfia, la mente si apre, le orecchie di drizzano e siamo pronti a imparare e a crescere.

Come diceva Confucio: “l’uomo che fa una domanda può sembrare stupido per un minuto. Quello che non la fa sarà stupido per tutta la vita”.

Fare e farsi domande sta alla base del pensiero creativo, della scoperta e della ricerca scientifica e dell’innovazione. Chiedersi perché le cose stanno in un determinato modo, cosa succederebbe se, perché si verifica un determinato fenomeno, innesca processi di ricerca ed esplorazione che portano ad un avanzamento delle nostre conoscenze sulla natura e realtà che ci circonda o a inventare nuovi prodotti e soluzioni. Ce lo hanno dimostrato tutti gli scienziati, pittori, studiosi e scrittori che interrogandosi su teorie, tecniche e sistemi dati per certi fino a quel momento, sono stati in grado di dare vita a qualcosa di nuovo, ognuno nel proprio campo.

La curiosità è quindi una componente fondamentale nella vita di ognuno da allenare e alimentare ogni giorno con le nostre domande, semplici o complesse che siano.

Teniamo sempre vivo il pochemucka che c’è in noi!

Mag 01 2021

Ehm…ma come si chiama? È solo un momento di Tartle

È la classica situazione che è capitata a tutti noi: mentre siamo presi da altro qualcuno ci saluta per nome e noi non riusciamo a rispondere al saluto con altrettanta tempestività e gentilezza rimanendo per un momento impappinati prima di pronunciare il nome dell’altra persona. Oppure quando dobbiamo presentare una persona a un’altra e il nome è semplicemente svanito dalla nostra mente.

Quando succede gli scozzesi sono soliti scusare la loro mancanza con questa frase “Sorry for my tartle”

Tartle è un termine unico della lingua scozzese che coglie esattamente il momento di esitazione in cui si sta cercando in testa il nome della persona, quei momenti in cui possiamo letteralmente sentire gli ingranaggi del nostro cervello muoversi e cercare in tutti i meandri il nome di quella persona che sappiamo conoscere ma che non arriva immediatamente sulla punta della lingua. Questo è ciò che rende il termine così speciale e affascinante perché non si usa se la dimenticanza del nome è completa e non ci ritorna più alla mente.

Questa momentanea afasia mi fa pensare all’origine del linguaggio e alla necessità di nominare le cose, nel senso di dargli un’etichetta arbitraria, una parola, per poterle definire, indicare, richiamare e quindi poterne parlare. Le etichette, o parole, che diamo alle cose, indicano la necessità di categorizzare in modo da riunire le cose che sono simili nella realtà. Questo mi porta alla distinzione linguistica tra nomi comuni e nomi propri che hanno connotazioni semantiche diverse. Infatti, mentre i nomi comuni identificano categorie ben definite con caratteristiche simili e sono valide per ogni esemplare che appartiene a quella categoria (es. un gatto, un divano), nel caso dei nomi propri questi fanno riferimento a entità individuali che sono una collezione di caratteristiche casuali e non esattamente ripetibili. Ad esempio, le caratteristiche che definiscono il mio amico “Stefano” (ingegnere, alto 1.87 m, porta la barba e gli occhiali) sono uniche e specifiche dell’entità “Stefano” perché non tutti gli ingegneri hanno la barba e gli occhiali e sono alti 1.87 cm.

Secondo gli studiosi di neuroscienze sembra che i nomi propri e i nomi comuni siano elaborati dal cervello in modi diversi e che il sistema di memorizzazione dei nomi propri abbia seguito una via evolutiva alternativa, più fragile rispetto a quella dei nomi comuni. I nomi propri hanno quindi un legame più labile con il proprio significato rispetto a quello che hanno i nomi comuni e per questo motivo è più difficile ricordarli.

Immagino che gli scozzesi non fossero a conoscenza dei meccanismi del cervello per la memorizzazione dei nomi, ma hanno saputo cogliere un momento della realtà assegnandogli un’etichetta precisa che nessun’altra lingua ha nel proprio vocabolario.

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